La mia storia
Natasha Lume Versilia
Dal pianoforte e teoria musicale all’economia, fino alla scelta di elevare il rame e l’organico come prima materia.
Io non faccio gioielli.
Io creo art oggetti che si possono indossare.
Li desiderano indossare per un motivo semplice: perché non sembrano “accessori”. Hanno presenza. Hanno peso visivo. E quando li metti addosso, non aggiungi un dettaglio: cambi postura, cambi ritmo, ti ricordi di te. È la stessa sensazione che dà un’opera in una stanza: non decora, influenza.
Da dove arrivo: disciplina e struttura
La mia prima formazione è stata musicale: pianoforte e teoria della musica.
La musica mi ha dato disciplina, ascolto, tempo interno. Mi ha insegnato che la forza non è nel volume, ma nella precisione: nell’attacco, nella pausa, nella misura.
Poi ho fatto un percorso diverso: università in economia (finanza e credito) e ho lavorato anche in quel campo. È stato un periodo concreto, razionale, utile. Mi ha dato struttura, capacità di analisi, senso della realtà.
Ma mentre facevo tutto questo, il mio ego creativo non è mai sparito. Non era una “passione del weekend”. Era una parte viva, insistente. Io potevo essere corretta, efficiente, funzionale — ma dentro restava la necessità di creare.
Italia: non solo un paese, un linguaggio.
L’Italia per me non è solo un luogo che amo. È un linguaggio culturale: materia, artigianato, storia, gusto per il fare.
Qui la bellezza non è sempre “perfetta”: spesso è segnata dal tempo, dal lavoro, dalla vita. E questa idea mi ha liberato: io non cerco di eliminare ogni traccia. Io costruisco valore anche attraverso le tracce.
Vivo in Versilia, in Toscana. E qui succede qualcosa di particolare: mare e montagne stanno vicinissimi. La luce cambia rapidamente, l’aria è salina, e dietro c’è la presenza della roccia, del marmo, delle cave. Questo paesaggio entra nel mio occhio e poi entra nel mio lavoro.
Perché il rame: e perché voglio portarlo più in alto
Io dico spesso che voglio portare il rame più in alto. Ma non intendo magia o narrativa. Intendo cose molto pratiche:
Il rame è spesso trattato come un materiale “semplice”. Io lo scelgo proprio per questo: perché voglio ribaltare lo sguardo.
Voglio portare il rame a un livello più alto — non con parole, ma con il modo in cui lo lavoro.Per me “elevare il rame” significa:
metterlo al centro, senza mascherarlo
farlo diventare superficie viva: texture, patina, profondità
costruire struttura e spessore, perché un art object sia solido e duri
accettare una parte di non-idealità: il segno di mano non è difetto, è identità
La mia filosofia è semplice: organico come prima materia, rame come linguaggio.
Io non inseguo stagioni e non faccio collezioni. Creo un art object quando una forma reale ha senso e quando posso portarla fino in fondo.E a chi lo indossa succede questo: la materia non resta neutra. Ti accompagna. Ti cambia. Ti ricorda che stai portando qualcosa di vero.